Quanto può durare oggi una protesi?

La durata delle protesi attuali può raggiungere anche i vent'anni: un arco di tempo ben superiore rispetto al passato quando si impiegavano biomateriali che si usuravano con il passare degli anni. Ma quali sono le conseguenze del degrado delle cartilagini? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alfredo Savarese, Responsabile dell’U.O. di Ortopedia e Traumatologia sez. IV dell’Istituto Clinico San Rocco.

“L’’artrosi è una malattia degenerativa delle articolazioni che, in Italia, colpisce oltre il 40% degli ultrasessantenni portando alla distruzione progressiva delle cartilagini articolari e manifestandosi sul piano clinico con dolori, rigidità, versamenti articolari e gravi alterazioni funzionali. L’’artrite reumatoide, invece, è una malattia infiammatoria cronica che provoca effetti ancora più distruttivi sulle articolazioni causando deformità e disturbi funzionali severi. Le sedi più colpite sono le cosiddette grandi articolazioni: anca, ginocchio e spalla.

La chirurgia sostitutiva delle articolazioni danneggiate è iniziata in maniera razionale nei primi anni ’60 grazie all’’impulso del Prof. John Charnley, un grande maestro. L’’introduzione nella pratica clinica di biomateriali come il titanio, il titanio trabecolare e il tantalio, ha favorito una rapida e solida osteogenesi periprotesica, vale a dire un perfetto ancoraggio biologico della protesi nell’’osso ospite".

Una durata ben superiore e un’efficacia garantita nel tempo: ma come sono cambiate le protesi negli anni? 

“Gli steli, soprattutto per l’’anca, si sono ridotti di dimensioni: realizzano un ancoraggio biologico ottimale risparmiando il collo femorale ed evitando anche i rari dolori postoperatori alla coscia”.

Lei è stato tra i fondatori della Tissue Sparing Surgery, ossia la chirurgia a conservazione tessutale (TSS): qual è il presupposto di questo approccio?

“L’obiettivo consiste nel rispettare e conservare, durante l’intervento protesico sia i tessuti molli dell’’anca (la cute, con incisioni più piccole e quindi con cicatrici più estetiche, i muscoli ed i tendini), sia il tessuto osseo. Lo scopo della TSS è un rapido recupero della deambulazione, una ridotta ospedalizzazione ed un più precoce ritorno al lavoro ed anche allo sport. Risparmiando il tessuto osseo femorale, ha concluso il Prof. Savarese, si semplifica anche un eventuale reintervento di revisione protesica futura”.

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