Sarcopenia, un’epidemia silente: cos’è e come affrontarla

Come ci ha spiegato il dott. Alfonso Piccoli, Responsabile dell’U.O. di Medicina Interna dell’Istituto Clinico San Rocco, “sarcopenia è un termine coniato da Irwin Rosenberg nel 1988 per definire la perdita di massa e funzione muscolare con l'età; nel 2011 la Society for Sarcopenia Cachexia and Wasting Disorders l'ha definita inoltre come sindrome caratterizzata da riduzione della massa muscolare associata a limitazione nel cammino, non conseguente solo a specifiche condizioni patologiche o cachessia. La sarcopenia, infatti, può cominciare prima di quanto si pensi, già a partire dai 50 anni, specie in presenza di cause avverse come condizioni di sedentarietà o allettamento, particolari malattie quali tumori, patologie infiammatorie o endocrine, carenze nutrizionali per diete inadeguate, malassorbimento, patologie gastrointestinali o disturbi alimentari. Con gravi ripercussioni fisiologiche, dalla mancata autonomia e scarsa mobilità, all’impoverimento della qualità della vita fino alla disabilità vera e propria o alla possibile ospedalizzazione ripetuta e mortalità elevata - e un'incidenza in crescita per la componente di popolazione sempre più anziana e affetta da malattie croniche”. Escluse patologie che possono favorirne evoluzione e decorso, a sfibrare i muscoli sono soprattutto fattori esterni come, per esempio un regime nutrizionale inadeguato e spesso non valutato correttamente.

Due fattori risultano strategici per la cura di questo disturbo: nutrizione e attività sportiva. “Una dieta nutriente dovrebbe sempre prevedere l’apporto di fibre, proteine (anche vegetali), fitosteroli e polifenoli, aminoacidi, acidi grassi essenziali, antiossidanti, omega-3, sali minerali e vitamine, coenzima Q10, steroli, selenio, acido folico e ferro, insieme a supplementi proteici e a integratori ci ha spiegato il Dott. Piccoli.

Anche l’attività fisica è strategica: laddove possibile, andrebbe praticata tutti i giorni perché svolge una funzione preventiva e terapeutica, ovvero contribuisce a ridurre in maniera significativa l’incidenza di disabilità maggiore riguardante la mobilità. Rimane comunque fondamentale la corretta valutazione dello stato nutrizionale del paziente: le persone più fragili per motivi vari presentano spesso già le condizioni di malnutrizione che condizioneranno sicuramente il decorso della malattia e dell'assistenza stessa”.

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